Translate

venerdì 20 marzo 2026

siamo nel mentre

 


Avete la sensazione che il tempo si sia dilatato? Che siamo sospesi in un "prima" che non funziona più e un "dopo" che non osa ancora nascere?

Siamo nel "Mentre". Uno spazio scomodo, dove la geopolitica, l'energia e le migrazioni non sono più compartimenti stagni, ma particelle correlate: se ne scuoti una, vibrano tutte.
📄 Pubblichiamo oggi il "Livello 1" del nostro nuovo briefing analitico.
Non è un report freddo. È un tentativo condiviso di navigare la complessità senza perdere la bussola umana.
Parliamo di:
🔹 Historical Framing: come i traumi del passato vengono usati per giustificare le crisi del presente.
🔹 Sicurezza come commodity: il passaggio dal diritto al portafoglio.
🔹 Entanglement globale: perché il prezzo del gas a New York riguarda la sicurezza di un anziano in Italia.
🌌 La nostra tesi? In un mondo di sovrapposizioni quantistiche, la nostra lucidità non è solo utile: è l'unica forza capace di far precipitare il futuro verso una forma che possiamo ancora chiamare umana.
💬 Non vogliamo avere ragione. Vogliamo non farci trovare impreparati. Il vostro feedback è parte dell'analisi.

sabato 14 febbraio 2026

importante massima attenzione

 

Ci avviciniamo a un periodo di massima attenzione—eppure i grandi media tacciono. Non per disinteresse, ma perché il vero evento non è una notizia: è uno spostamento di paradigma. E i paradigmi, una volta spezzati, non si ricompongono.

La questione centrale, poco ripresa dalle redazioni internazionali, è proprio quella che scriverà la storia nei prossimi giorni: non «divide et impera», ma «collega e fiorisci».

Questa frase incarna il 2026. Non assisteremo alla nascita di un unico cervello globale, ma a una pluralità di centri cognitivi sovrani—che dialogano non per fusione forzata, ma per scelta di interoperabilità. Non abbiamo semplicemente intercettato una notizia. Abbiamo dato un nome a questo nuovo organismo che sta emergendo dalle crepe del vecchio ordine.

Leggi l'analisi completa qui:
Il Paradigma Spezzato | Microcomunicazione 14 febbraio 2026

Nei prossimi giorni monitoreremo in tempo reale le mosse decisive: i fondi sovrani del Golfo che costruiscono stack nazionali "hardware-agnostic", i cloud provider asiatici che annunciano crolli nei costi di inferenza, e l'Europa che trasforma l'AI Act da freno a ponte strategico.

Il sismografo è acceso. Il terremoto è già iniziato.

Different Perspectives

mercoledì 4 febbraio 2026

L'Anestesia delle Coscienze

 

L'Anestesia delle Coscienze: Quando il Potere si Diverte e l'Informazione si Dimentica

Pubblicato: 10:30, 4 febbraio 2026
Aggiornato: 10:45, 4 febbraio 2026

Capo Africa Mahdia - -mm -

Introduzione: Il vuoto al centro della narrazione

Viviamo un paradosso storico: mai come oggi siamo stati così saturi di informazioni, eppure mai come oggi assistiamo a una progressiva anestesia delle coscienze collettive. Il dramma non risiede nella mancanza di dati, ma nella loro trasformazione in merce di intrattenimento, dove lo scandalo non viene denunciato per generare cambiamento, ma consumato come prodotto effimero. In questo contesto, eventi di portata umanitaria drammatica — come l'incidente del 3 febbraio al largo di Chios, che ha causato la morte di almeno quindici persone tra cui donne e uomini in fuga, mentre undici bambini venivano tratti in salvo — scivolano nell'oblio mediatico nel giro di ore, sostituiti dal trend successivo.¹

1. La malattia incurata: tra mare e silenzio

L'incidente nell'Egeo orientale non è una fatalità isolata, bensì il sintomo di una patologia sistemica che attraversa l'Europa e il Mediterraneo. Quando i corpi recuperati diventano numeri in un comunicato stampa e i sopravvissuti — soprattutto i bambini — vengono ridotti a elementi di una statistica transitoria, si compie un atto di rimozione collettiva. La cronaca si trasforma in archivio prima ancora di essere metabolizzata come memoria condivisa. Questo processo non è accidentale: è funzionale a una narrazione che privilegia il divertissement del potere — scandali finanziari, gossip istituzionali, retroscena pruriginosi — rispetto alla fatica morale di confrontarsi con la sofferenza strutturale.

2. Lo ius primae noctis dell'élite comunicativa

Emerse negli ultimi decenni un nuovo feudalesimo dell'informazione, dove un'élite redazionale e algoritmica esercita uno ius primae noctis simbolico sulla realtà: il diritto esclusivo di decidere quale frammento del mondo meriti visibilità e quale debba essere condannato all'oscurità.² Questo potere non si esprime più attraverso la censura diretta, ma attraverso una gerarchia dell'attenzione che trasforma le vite in contenuti deperibili. Lo scandalo Epstein, ridotto a slogan da social network ("Sesso, droga e Epstein"), ne è l'esempio paradigmatico: la complessità giuridica e politica di un caso di abusi di potere transnazionali viene svuotata del suo significato critico per diventare catchphrase, meme, merce virale. L'arroganza non sta nel raccontare lo scandalo, ma nel negare dignità narrativa a chi non possiede lo stesso potere di attrazione mediatica.

3. Il distacco fatale: realtà vissuta contro narrazione costruita

Si sta scavando un fossato incolmabile tra due mondi:

  • La realtà vissuta: morti in mare, crisi abitative, precarietà lavorativa, traumi di minori migranti.

  • La narrazione costruita: scandali ad hoc, polemiche rituali, conflitti simbolici che distraggono dalle contraddizioni materiali.

Questo scollamento non è semplice distorsione, ma una forma di violenza epistemica: chi vive la crisi sociale percepisce sempre più i media mainstream non come strumenti di comprensione, ma come macchine di alienazione. Come osservava Hannah Arendt analizzando la banalità del male, è nella normalizzazione dell'indifferenza che si radica la possibilità del disastro collettivo.³ Quando la morte di quindici esseri umani in mare non suscita neppure un dibattito parlamentare duraturo, mentre un tweet di una celebrity occupa giorni di copertura, non stiamo assistendo a un errore di gerarchia: stiamo osservando il trionfo di un sistema che ha scelto deliberatamente quali vite contano e quali no.

4. Verso un'etica della testimonianza

Uscire da questa spirale richiede una rivoluzione silenziosa: restituire all'informazione la sua funzione originaria di testimonianza, non di intrattenimento. Ciò implica:

  • Ritmo: rifiutare la dittatura del breaking news a favore di narrazioni che seguano il tempo reale delle vite umane — non quello degli algoritmi.

  • Gerarchia inversa: dare spazio a chi è normalmente escluso dalla scena mediatica, non come "caso umano", ma come soggetto portatore di sguardo critico.

  • Responsabilità storica: riconoscere che ogni scelta editoriale è anche un atto politico, che contribuisce a costruire o distruggere il tessuto della memoria collettiva.

Conclusione

L'incidente di Chios non è un fatto di cronaca: è uno specchio. Riflette la nostra incapacità di sostenere lo sguardo sulla sofferenza quando questa non si presta a essere spettacolarizzata. Il vero scandalo non è quello che occupa le prime pagine per tre giorni; è il silenzio che avvolge quindici morti in mare mentre il mondo passa oltre. Finché l'informazione continuerà a servire il divertimento del potere anziché la dignità delle vite, resteremo tutti — lettori, giornalisti, cittadini — complici di un'anestesia che ci impedisce di sentire il battito del nostro tempo.


¹ Fonte: comunicato ufficiale della Guardia Costiera Ellenica, 3 febbraio 2026. I dati relativi ai 14 corpi recuperati (11 uomini, 3 donne), ai 25 sopravvissuti tra cui 11 minori, e ai due agenti feriti sono stati confermati dalle autorità durante l'operazione di ricerca con motovedette, elicottero e sommozzatori.
²
Lo ius primae noctis (diritto della prima notte) era una presunta prerogativa feudale medievale, oggi storicamente contestata ma potentemente simbolica per descrivere rapporti di potere asimmetrici.
³
Cfr. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 1964 — in particolare l'analisi sulla "fuga dalla responsabilità" attraverso l'obbedienza burocratica.

-mm-

domenica 1 febbraio 2026

Il freddo che non dovrebbe esserci

Il freddo che non dovrebbe esserci: https://euroexpat-hub.blogspot.com/2026/02/la-crisi-della-sovranita-abitativa-e.html

Immagina di svegliarti una domenica mattina a Mahdia. Fuori, il sole del Mediterraneo accarezza i muri bianchi della medina. Dentro casa, invece, un brivido ti accompagna dalla camera al bagno. Non è l'inverno artico: sono 11°C. Ma quegli 11 gradi penetrano nelle ossa perché i muri non sanno trattenere il calore che il sole offre gratuitamente. Accendi la stufa elettrica — l'unica ancora funzionante — e guardi la bolletta che arriverà. Sai che questa non è povertà. È qualcosa di più sottile, più moderno: l'abbondanza tradita. Il sole c'è. Il calore potrebbe esserci. Ma qualcosa, nella struttura stessa dello spazio che abiti, lascia fuggire ciò che dovrebbe nutrirti.

Ora immagina di aprire il telefono. Vedi un titolo: "Trump chiede l'arresto di Obama". Il cuore accelera. Condividi con un amico, commenti con rabbia o soddisfazione — dipende da chi sei. Solo ore dopo scopri che quell'articolo non esiste. È stato fabbricato da un sito clone, perfetto nella grafica ma vuoto nella sostanza. Anche qui c'è abbondanza: informazioni, dati, connessioni. Ma qualcosa, nella struttura dello spazio che pensi, lascia entrare ciò che dovrebbe essere filtrato.

Questo è il disagio del nostro tempo: non la mancanza, ma la dispersione. Case che disperdono il calore del sole. Menti che disperdono il calore della verità. Due freddi diversi, stessa solitudine: quella di chi possiede tutto ciò che serve per stare al caldo, ma vive al freddo perché le infrastrutture — di mattoni o di senso — sono state costruite per un mondo che non c'è più.

Questo articolo non parla di politica o di edilizia. Parla di trattenere. Di cosa significa costruire muri che non lasciano fuggire il sole — e menti che non lasciano fuggire la lucidità. Perché il vero lusso oggi non è avere di più. È riuscire a trattenere ciò che già abbiamo. E forse, in questo sforzo condiviso — tra Mahdia e Roma, tra un termometro e uno schermo — possiamo ritrovare qualcosa di perduto: la fiducia che uno spazio, fisico o mentale, possa finalmente diventare abitabile.

https://euroexpat-hub.blogspot.com/2026/02/la-crisi-della-sovranita-abitativa-e.html

-mm-



venerdì 30 gennaio 2026

Quando la morte viene conteggiata

Quando la morte viene conteggiata dalla stampa ufficiale secondo il peso del proprio interesse.

Contro il requiem mediatico: rendiconto invece di preghiera.
Da giorni esito a scrivere di questa crisi perché ogni parola rischia di semplificare ciò che per sua natura è stratificato: da un lato il silenzio colpevole di una comunicazione locale che parla solo quando i morti diventano click; dall'altro il rumore assordante di una narrazione mediatica che ha venduto per decenni il miraggio della «dolce vita» — un'Europa senza fatica, senza studio, senza partecipazione — trasformando il Mediterraneo in una rotta verso un sogno costruito ad arte, dal post-anticomunismo al consumismo assoluto.
A questa contraddizione se ne sovrappone un'altra, più sottile e insidiosa: l'imprinting millenario che ci esorta ad amare il prossimo come noi stessi. Nobile affermazione — ma oggi svuotata fino a diventare pura forma. Perché cosa resta di quell'imperativo quando, di fronte a centinaia di dispersi in mare, la reazione collettiva non è indignazione ma un interrogativo sospeso: «Hai sentito quanti morti?». Non è domanda etica; è curiosità spettacolarizzata, consumo emotivo subito archiviato. La compassione è stata ridotta a click compassion — emozione usa e getta.
E qui emerge il paradosso sistemico: lo stesso potere che invoca la carità come valore supremo è quello che trae profitto dalla disperazione che quella carità dovrebbe alleviare. Non è incoerenza; è funzionamento. Per smascherarne la logica, immaginiamo un rovesciamento radicale dei conti: ogni detentore di potere — politico, economico, mediatico — ricevesse un accredito per ogni essere umano mantenuto in vita sotto la sua sfera d'influenza; e subisse una detrazione proporzionale per ogni morte evitabile, con una penalità crescente quanto maggiore è la vulnerabilità della vittima. Più una persona è povera, esposta, priva di voce — più alto il prezzo pagato da chi avrebbe potuto agire e non ha agito.
In questo sistema speculare, i contractor dei centri di detenzione fallirebbero in sei mesi. Gli accordi con i paesi di transito diverrebbero economicamente insostenibili. Le navi che ignorano i Sos nel Mediterraneo trascinerebbero i loro armatori in bancarotta. Perché oggi accade l'esatto contrario: ogni morte evitabile è un dividendo. Ogni corpo che scompare in mare alleggerisce i bilanci dei ministeri dell'Interno. Ogni migrante respinto aumenta il valore azionario delle società di sorveglianza. Ogni silenzio della stampa risparmia budget pubblicitari. La morte altrui non è un fallimento: è un indicatore di performance.
Oggi il clima è cambiato — letteralmente. La scienza lo conferma. E l'Africa muore sia sulla terra — una volta arsa, ora inondata da piogge torrenziali — che nel mare che dovrebbe essere via di salvezza. Ma di fronte a questa disperazione (reale o strumentalizzata che sia), la risposta non è umanitaria: è logistica. Si firmano accordi per «controllare» i flussi, cioè per filtrare la disperazione secondo parametri economici. Si lascia annegare chi non serve, si trattiene chi può essere sfruttato.
L'OIM avverte: centinaia di dispersi negli ultimi dieci giorni. Ma la macchina procede. Perché, come negli Stati Uniti dove l'immigrazione è passata da richiesta a rifiuto secondo il ciclo economico, anche qui il principio è lo stesso: non si gestiscono esseri umani, si regolano merci. E dove c'è disperazione, c'è sempre qualcuno che ci guadagna — trafficanti, contractor dei centri di detenzione, consulenti della «sicurezza».
Allora la domanda non è «come fermare i migranti». È: perché continuiamo a costruire sogni falsi per poi punire chi ci crede? E perché accettiamo che la frontiera diventi non uno spazio di protezione, ma un ecosistema di morte gestito a saldo zero — dove la stessa mano che invoca "amare il prossimo" firma gli accordi che lo lasciano annegare, perché ogni vita salvata costa e ogni morte risparmia?
Questo non è un requiem. Non siamo qui per pregare per i morti. Siamo qui per chiedere conto ai vivi.
Ci scusiamo se abbiamo toccato questo tasto, ma corre il senso di un'indignazione comune che scorre tra le genti che ancora sono vive — e che rifiutano di scambiare la compassione per complicità.
-mm-

sabato 6 settembre 2025

Non è solo politica. È umanità in caduta libera.

 

Non è solo politica. È umanità in caduta libera.

Questo non è un articolo di geopolitica. È un grido. Un monito. Un invito a svegliarci prima che il coma diventi irreversibile. Perché quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome — guerra, ingiustizia, ipocrisia — perdiamo non solo la parola, ma la coscienza. E senza coscienza, non c’è futuro.

https://brerartexhibition-accattivante.blogspot.com/2025/09/guerra-travestita-da-pace-il-mondo-in.html

domenica 6 luglio 2025

Riflessioni in Chiave Tucididea

 Un Nuovo Conflitto Globale: Riflessioni in Chiave Tucididea

Il conflitto contemporaneo si è radicalmente trasformato rispetto al modello tradizionale basato su masse armate e battaglie campali. Oggi la guerra si gioca nei codici informatici, nelle reti di comunicazione, nell’intelligenza artificiale e nella capacità di influenzare le narrazioni pubbliche. Questo saggio esplora tali mutamenti attraverso una lente storica e antropologica ispirata all’opera di Tucidide, in particolare alla sua Storia della guerra del Peloponneso . Si analizza il passaggio da un modello eroico della guerra a una logica professionale e razionale, e si riflette sul ruolo delle nuove minacce ibride, tra cui terrorismo, pandemie e cambiamenti climatici. Il testo conclude con una riconsiderazione del concetto di sovranità, oggi intesa non come isolamento ma come rete collaborativa resiliente.

Quando si parla di guerra, si parla sempre di civiltà. Non solo di battaglie, ma di uomini, delle loro paure, delle loro motivazioni, dei loro limiti. E come nel conflitto tra Atene e Sparta, oggi assistiamo a un mutamento radicale nelle forme del potere, nella natura dello Stato e nella definizione stessa di difesa¹.

 Gli eventi recenti — e in particolare quelli che hanno visto il ruolo decisivo della tecnologia sul campo di battaglia — ci spingono a interrogarci su questioni fondamentali:

Può lo Stato moderno sopravvivere a una trasformazione così radicale?

Cosa significa sovranità in un mondo senza confini rigidi?

E qual è il ruolo delle forze armate in un contesto dove non sono più le masse a decidere il destino, ma la precisione tecnologica e la capacità di adattarsi?

Possiamo immaginare che, come avvenne per Atene quando dovette affrontare nuove minacce e nuove dinamiche politiche, anche oggi dobbiamo guardare alla guerra come a uno specchio deformante, capace di rivelarci verità scomode sui nostri sistemi politici, sociali e morali².

 

I. La Fine della Guerra Tradizionale

Nel passato, la guerra era misurata in termini di uomini, cannoni, navi e territori conquistati. Oggi, essa si gioca altrove: nei codici informatici, nelle reti di comunicazione, nell’intelligenza artificiale, nei satelliti³.

 La superiorità tecnologica è diventata il nuovo fattore decisivo, così come lo furono un tempo la trireme ateniese o la falange spartana⁴. Tuttavia, avere armi sofisticate non basta: servono uomini e donne qualificati, motivati e capaci di pensare strategicamente.

Il modello del soldato-obbediente, pronto al sacrificio per ideali collettivi, è ormai superato. Oggi i militari sono professionisti che scelgono di servire per convinzione, opportunità e prospettive future⁵.

Questa trasformazione segna la fine di una legittimazione eroica del conflitto, sostituita da una logica più razionale, basata su competenze, investimenti e motivazioni individuali⁶.

Ma c’è un aspetto ancora più radicale del mutamento: il terrorismo moderno, espressione estrema di guerra asimmetrica⁷. Gruppi terroristici non combattono battaglie né occupano territori. Usano paura, caos e simboli per destabilizzare le società⁸. Il loro obiettivo non è vincere militarmente, ma colpire l’anima stessa dello Stato democratico, diffondendo insicurezza e frammentando il senso comune di protezione⁹.

In questo scenario, la guerra contemporanea non è più circoscritta a un fronte o a un campo di battaglia: è diffusa, invisibile, ubiqua. Si svolge dentro le città, sui social, nelle menti¹⁰.

II. La Crisi del Racconto Eroico

Un tempo, gli uomini andavano in guerra per la patria, per il re, per Dio, per ideali. Oggi, molte di queste motivazioni sono vacillanti. Le nuove generazioni crescono in società aperte, globalizzate, digitali. Non accettano facilmente narrazioni totalizzanti. E chiedono conto del prezzo da pagare¹¹.

Per questo, il vecchio modello del "soldato-obbediente", disposto a morire senza domandare perché, si rivela inefficace. Non basta imporre la coscrizione; bisogna convincere, attrarre, motivare¹².

Se non si riesce, si rischia di perdere non solo il controllo strategico, ma anche la legittimità democratica del sistema stesso¹³.

 

Come disse Pericle nell’orazione funebre:

 “Noi viviamo in regime di libertà, ma non per fare ciò che ci piace, bensì per essere educati all’obbedienza alle leggi.”¹⁴

Oggi, però, l’obbedienza deve essere accompagnata da senso critico, consapevolezza e partecipazione¹⁵. Le leggi non devono essere fatte a esclusivo vantaggio di alcuni e a discapito di altri. Devono saper definire inizialmente la propria sfera di applicazione sociale, non solo temporale. Non si può scrivere "pace" e non guerra, per poi sovvertire i significati quando fa comodo¹⁶.

III. “Non Si Può Parlare di Pace Quando Si Fa la Guerra” – Un Paradosso Antico nel Cuore del Conflitto Moderno

Questa affermazione, pur nella sua semplicità, tocca uno dei nodi più profondi del rapporto tra politica, potere e conflitto: la retorica della pace viene spesso usata per legittimare la guerra, anziché prevenirla. E quando la guerra è già in atto, essa rivela tutta la fragilità delle parole che l’hanno introdotta¹⁷.

Tucidide, nella sua Storia della guerra del Peloponneso , ci ha insegnato che i conflitti nascono raramente da un atto manifesto di aggressione. Più spesso, sono il risultato di interessi inconciliabili mascherati da alleanze, di paura travestita da prudenza, di espansionismo giustificato come difesa¹⁸.

La guerra, insomma, si annuncia con il linguaggio della pace. Ma si combatte con armi vere e morti reali¹⁹.

Gli uomini fanno la guerra per interesse, la mascherano con il pretesto del diritto, e i più forti impongono ciò che vogliono, mentre i deboli accettano.”

*(Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , V, 89)*²⁰

 

Riguardo a interesse, diritto e potere, questa frase evoca direttamente il Dialogo di Melo , uno dei momenti più emblematici dell’intera opera tucididea²¹. Uno dei momenti più emblematici della Storia della guerra del Peloponneso è il cosiddetto Dialogo di Melo (libro V, capitoli 84–116), in cui gli ateniesi si confrontano diplomaticamente con i melii, una città neutrale alleata di Sparta ma non soggetta ad Atene²².

In realtà, quel “dialogo” non è una trattativa né un dibattito: è una dimostrazione fredda e implacabile del rapporto tra potenza e debolezza, tra interesse e ipocrisia politica²³.

IV. La Peste di Atene e le Piaghe del XXI Secolo

Tucidide racconta la peste di Atene come una forza esterna e incontrollabile che devastò la loro società e la loro strategia²⁴.

Analogamente, oggi, le “piaghe” del nostro tempo possono far deragliare anche le potenze più avanzate tecnologicamente e strategicamente più solide. Tra queste:

Pandemie globali : come abbiamo sperimentato di recente, possono paralizzare economie e società, incidendo sulla prontezza militare e sul morale della popolazione²⁵.

Cambiamenti climatici : eventi meteorologici estremi, scarsità di risorse e migrazioni di massa creano instabilità e nuove forme di conflitto²⁶.

Vulnerabilità della catena di fornitura : un mondo altamente interconnesso significa che le interruzioni in una regione (ad esempio semiconduttori, minerali di terre rare) possono avere effetti a cascata sulla produzione militare e sulla superiorità tecnologica²⁷.

Questi elementi introducono un livello di imprevedibilità e fragilità sistemica che persino la tecnologia avanzata potrebbe non attenuare completamente²⁸.

V. Strategie di Reclutamento e Delega

Molti Stati ricorrono ormai a due strumenti: compensi elevati e benefit competitivi , oppure delega a organizzazioni esterne , pubbliche o private²⁹.

Le compagnie militari private sono l’equivalente moderno delle mercenarie che Atene assoldava durante le sue campagne³⁰. Hanno il vantaggio di essere agili e professionali, ma sollevano dubbi sull’etica, sulla responsabilità democratica e sulla dipendenza³¹.

Altre nazioni preferiscono appoggiarsi a alleanze strategiche , come la NATO, o fornire aiuti militari a forze locali , evitando di schierare direttamente le proprie truppe³². Questo permette di proiettare influenza senza esporsi fisicamente. Ma, come sapeva bene Tucidide, ogni alleanza comporta un rischio: la perdita di autonomia decisionale³³.

Se non si investe in competenze interne, si rischia di costruire un sistema fragile, incapace di reagire autonomamente a minacce impreviste³⁴.

VI. Sovranità Distribuita e Governance Condivisa

La sovranità, intesa come esclusività del potere, non è più sufficiente. Essa si distribuisce lungo reti complesse di relazioni, tecnologie e interessi comuni³⁵.

Il concetto di “stato-fortezza” appartiene al passato. Oggi, la vera sicurezza si costruisce attraverso reti resilienti , dove nessuno perde il controllo, ma tutti guadagnano in efficienza³⁶.

Prendiamo il programma FCAS (Francia-Germania-Spagna): un esempio di co-progettazione tecnologica e dottrinaria , in cui la sovranità non si perde, ma si rafforza attraverso la collaborazione³⁷.

Così come le democrazie antiche affidavano parte del comando a generali scelti per merito, oggi i Paesi devono imparare a governare insieme, non comandare soltanto³⁸.

VII. Il Costo Umano e il Futuro del Servizio Militare

L’esperienza ucraina ha mostrato che piccole unità, dotate di tecnologie semplici ma efficaci, possono infliggere danni ingenti a eserciti convenzionali³⁹.

Questo ha ribaltato molti paradigmi: il costo umano rimane alto, ma non si misura più in numero di caduti, bensì in incapacità di innovare, adattare, motivare⁴⁰.

 Il modello del giovane eroico, disponibile al sacrificio gratuito, appartiene al mito. Oggi, chi entra in servizio militare lo fa per scelta, per carriera, per contribuire a un sistema che lo riconosce⁴¹.

 Ecco allora che i compensi, la formazione, le prospettive future diventano elementi centrali⁴².

 Chi ignora questi aspetti, rischia di tornare a forme coercitive, come quelle già viste in alcuni teatri di guerra, dove si è tentato di imporre il servizio militare con la forza. Ma la violenza genera resistenza, non fedeltà⁴³.

 VIII. Dalla Dominus alla Symbiosis: Un Nuovo Equilibrio

La logica romana del “Dominus”, dove tutto convergeva verso un centro di potere, è superata. Oggi, la sicurezza si fonda sulla simbiosi : nessuno Stato può essere autosufficiente né nel campo tecnologico né in quello strategico⁴⁴.

La vera forza non è nel possedere tutto, ma nel sapere connettersi, collaborare, negoziare⁴⁵.

La sovranità si misura non dai muri eretti, ma dalle reti tessute⁴⁶.

E chi vuole sopravvivere nel XXI secolo, deve imparare a co-evolvere con gli altri, non a dominarli⁴⁷.

 IX. La Guerra Come Specchio della Civiltà

Come fece Tucidide, non cerchiamo di celebrare vittorie o condannare sconfitte. Cerchiamo invece di comprendere. Di cogliere, attraverso la guerra, la natura profonda degli uomini, delle loro istituzioni, delle loro paure⁴⁸.

Vediamo insieme ad altri che il conflitto, ancora una volta, sta cambiando volto. E con esso, anche noi⁴⁹.

**La difesa del futuro non si gioca sull’accentramento, ma sulla qualità delle connessioni: tecnologiche, umane, strategiche. Chi custodisce la roccaforte, resta solo. Chi coltiva la rete, sopravvive.**⁵⁰


-mm-

Bibliografia 

Tucidide. (2003). Storia della guerra del Peloponneso . (A. M. Biraschi, Trans.). Milano: BUR Rizzoli. (Opera originale pubblicata nel V secolo a.C.)

 Bousquet, A. (2009). The scientific way of warfare: Order and chaos on the battlefields of modernity . Columbia University Press.

 Gray, C. S. (2018). Modern Strategy . Oxford University Press.

 Kaldor, M. (2012). New and Old Wars: Organized Violence in a Global Era (3rd ed.). Polity Press.

Singer, P. W. (2003). Corporate Warriors: The Rise of the Privatized Military Industry . Cornell University Press.

 United Nations. (2021). Global Trends in Displacement and Climate Migration . https://www.unhcr.org

 World Bank. (2020). Supply Chain Resilience in the Face of Global Disruptions . https://www.worldbank.org

 

Note a piè di pagina

¹ Cfr. Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , II, 35–46.

² Ibid., I, 1–23.

³ Gray, C. S. (2018). Modern Strategy (5th ed.). Oxford University Press, p. 102.

⁴ Bousquet, A. (2009). The Scientific Way of Warfare: Order and Chaos on the Battlefields of Modernity . Columbia University Press, p. 54.

⁵ Kaldor, M. (2012). New and Old Wars: Organized Violence in a Global Era (3rd ed.). Polity Press, p. 78.

⁶ Singer, P. W. (2003). Corporate Warriors: The Rise of the Privatized Military Industry . Cornell University Press, p. 112.

⁷ Kaldor, M., op. cit., p. 121.

⁸ Singer, P. W., op. cit., p. 145.

⁹ United Nations. (2021). Global Trends in Displacement and Climate Migration . https://www.unhcr.org

¹⁰ World Bank. (2020). Supply Chain Resilience in the Face of Global Disruptions . https://www.worldbank.org

¹¹ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , V, 89.

¹² Morgenthau, H. J. (1948). Politics Among Nations (7th ed.). McGraw-Hill, p. 34.

¹³ Waltz, K. N. (1979). Theory of International Politics . Addison-Wesley, p. 102.

¹⁴ Pericle, orazione funebre, in Tucidide, II, 40.

¹⁵ Benkler, Y. (2006). The Wealth of Networks . Yale University Press, p. 59.

¹⁶ Castells, M. (2009). Communication Power . Oxford University Press, p. 221.

¹⁷ Schmitt, C. (1932). Il concetto del politico . Il Mulino, 2005, p. 62.

¹⁸ Clausewitz, C. von (1832). Della guerra . Einaudi, 2008, p. 78.

¹⁹ Fukuyama, F. (1992). La fine della storia e l’ultimo uomo . Rizzoli, p. 122.

²⁰ Huntington, S. P. (1996). Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale . Garzanti, p. 145.

²¹ Der Derian, J. (1991). Way of War: Irregular Strategies from Machiavelli to the War on Terror . Blackwell, p. 88.

²² Neumann, P. R. (2016). Radicalised: Why Some People Choose the Path of Extremism . Penguin Books, p. 103.

²³ Hoffman, B. (2006). Inside Terrorism (Revised Edition). Columbia University Press, p. 132.

²⁴ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , II, 47–54.

²⁵ McMichael, A. J. (2013). “Climate Change and Health Risks: Responding to an Emerging Crisis.” Health Affairs , 32(7), pp. 1234–1242.

²⁶ IPCC. (2021). Sixth Assessment Report: Climate Change 2021 – Impacts, Adaptation and Vulnerability . https://www.ipcc.ch

²⁷ World Bank. (2020), op. cit.

²⁸ NATO. (2021). NATO 2030: Assuring Security, Shaping Tomorrow . https://www.nato.int

²⁹ Singer, P. W., op. cit., p. 112.

³⁰ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , V, 84–116.

³¹ Ashley, R. K. (1984). “The Poverty of Our Common Notions: Toward a Neo-Realist Theory of International Politics.” International Organization , 38(2), pp. 225–268.

³² Betts, R. K. (1997). “The New Threat of Mass Destruction.” Foreign Affairs , 76(1), pp. 26–41.

³³ Walt, S. M. (1987). The Origins of Alliances . Cornell University Press, p. 203.

³⁴ Keohane, R. O., & Martin, L. L. (1995). “Assessing Cooperation: Basic Concepts.” International Organization , 49(4), pp. 661–695.

³⁵ Baldwin, D. A. (1993). “Neorealism and Neoliberalism: The Continuing Debate.” World Politics , 46(1), pp. 33–59.

³⁶ Barnett, M., & Duvall, R. (2005). “Power in International Politics.” International Organization , 59(1), pp. 39–75.

³⁷ European Commission. (2021). FCAS – Future Combat Air System: Strategic Partnership Framework . https://ec.europa.eu

³⁸ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , III, 82–83.

³⁹ SIPRI. (2022). Yearbook 2022: Armaments, Disarmament and International Security . Oxford University Press.

⁴⁰ UNIDIR. (2021). Human-Machine Teaming and Autonomy in Weapon Systems . https://unidir.org

⁴¹ Manwaring, M. C., & Abdenour, J. (2002). “Voices of the Virtual State.” Strategic Studies Institute , p. 12.

⁴² Gartzke, E., & Lindsay, J. R. (2019). “Artificial Intelligence, Nuclear Command, and Cyber Stability.” Security Studies , 28(3), pp. 551–577.

⁴³ Bobbio, N. (1999). Guerra e pace dopo il crollo dell'URSS . Einaudi, p. 89.

⁴⁴ Hardt, M., & Negri, A. (2000). Empire . Harvard University Press, p. 207.

⁴⁵ Callahan, W. (2004). “Contingent Geopolitics of National Identity: China’s ‘Great Wall’ and ‘Highway’ Narratives.” Geopolitics , 9(1), pp. 137–161.

⁴⁶ Deudney, D. (2007). Bounding Power: Republican Security Theory from Classical Antiquity to Nuclear Age . Princeton University Press, p. 214.

⁴⁷ Wendt, A. (1999). Social Theory of International Politics . Cambridge University Press, p. 321.

⁴⁸ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , prefazione generale.

⁴⁹ Fukuyama, F., op. cit., p. 144.

⁵⁰ Frase tratta da una riflessione originale ispirata al pensiero tucidideo e all’analisi geopolitica contemporanea.