Avete la sensazione che il tempo si sia dilatato? Che siamo sospesi in un "prima" che non funziona più e un "dopo" che non osa ancora nascere?
Ci avviciniamo a un periodo di massima attenzione—eppure i grandi media tacciono. Non per disinteresse, ma perché il vero evento non è una notizia: è uno spostamento di paradigma. E i paradigmi, una volta spezzati, non si ricompongono.
La questione centrale, poco ripresa dalle redazioni internazionali, è proprio quella che scriverà la storia nei prossimi giorni: non «divide et impera», ma «collega e fiorisci».
Questa frase incarna il 2026. Non assisteremo alla nascita di un unico cervello globale, ma a una pluralità di centri cognitivi sovrani—che dialogano non per fusione forzata, ma per scelta di interoperabilità. Non abbiamo semplicemente intercettato una notizia. Abbiamo dato un nome a questo nuovo organismo che sta emergendo dalle crepe del vecchio ordine.
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l'analisi completa qui:
Il
Paradigma Spezzato | Microcomunicazione 14 febbraio 2026
Nei prossimi giorni monitoreremo in tempo reale le mosse decisive: i fondi sovrani del Golfo che costruiscono stack nazionali "hardware-agnostic", i cloud provider asiatici che annunciano crolli nei costi di inferenza, e l'Europa che trasforma l'AI Act da freno a ponte strategico.
Il sismografo è acceso. Il terremoto è già iniziato.
— Different Perspectives
Pubblicato:
10:30, 4 febbraio 2026
Aggiornato:
10:45, 4 febbraio 2026
Capo Africa Mahdia - -mm -
Viviamo un paradosso storico: mai come oggi siamo stati così saturi di informazioni, eppure mai come oggi assistiamo a una progressiva anestesia delle coscienze collettive. Il dramma non risiede nella mancanza di dati, ma nella loro trasformazione in merce di intrattenimento, dove lo scandalo non viene denunciato per generare cambiamento, ma consumato come prodotto effimero. In questo contesto, eventi di portata umanitaria drammatica — come l'incidente del 3 febbraio al largo di Chios, che ha causato la morte di almeno quindici persone tra cui donne e uomini in fuga, mentre undici bambini venivano tratti in salvo — scivolano nell'oblio mediatico nel giro di ore, sostituiti dal trend successivo.¹
L'incidente nell'Egeo orientale non è una fatalità isolata, bensì il sintomo di una patologia sistemica che attraversa l'Europa e il Mediterraneo. Quando i corpi recuperati diventano numeri in un comunicato stampa e i sopravvissuti — soprattutto i bambini — vengono ridotti a elementi di una statistica transitoria, si compie un atto di rimozione collettiva. La cronaca si trasforma in archivio prima ancora di essere metabolizzata come memoria condivisa. Questo processo non è accidentale: è funzionale a una narrazione che privilegia il divertissement del potere — scandali finanziari, gossip istituzionali, retroscena pruriginosi — rispetto alla fatica morale di confrontarsi con la sofferenza strutturale.
Emerse negli ultimi decenni un nuovo feudalesimo dell'informazione, dove un'élite redazionale e algoritmica esercita uno ius primae noctis simbolico sulla realtà: il diritto esclusivo di decidere quale frammento del mondo meriti visibilità e quale debba essere condannato all'oscurità.² Questo potere non si esprime più attraverso la censura diretta, ma attraverso una gerarchia dell'attenzione che trasforma le vite in contenuti deperibili. Lo scandalo Epstein, ridotto a slogan da social network ("Sesso, droga e Epstein"), ne è l'esempio paradigmatico: la complessità giuridica e politica di un caso di abusi di potere transnazionali viene svuotata del suo significato critico per diventare catchphrase, meme, merce virale. L'arroganza non sta nel raccontare lo scandalo, ma nel negare dignità narrativa a chi non possiede lo stesso potere di attrazione mediatica.
Si sta scavando un fossato incolmabile tra due mondi:
La realtà vissuta: morti in mare, crisi abitative, precarietà lavorativa, traumi di minori migranti.
La narrazione costruita: scandali ad hoc, polemiche rituali, conflitti simbolici che distraggono dalle contraddizioni materiali.
Questo scollamento non è semplice distorsione, ma una forma di violenza epistemica: chi vive la crisi sociale percepisce sempre più i media mainstream non come strumenti di comprensione, ma come macchine di alienazione. Come osservava Hannah Arendt analizzando la banalità del male, è nella normalizzazione dell'indifferenza che si radica la possibilità del disastro collettivo.³ Quando la morte di quindici esseri umani in mare non suscita neppure un dibattito parlamentare duraturo, mentre un tweet di una celebrity occupa giorni di copertura, non stiamo assistendo a un errore di gerarchia: stiamo osservando il trionfo di un sistema che ha scelto deliberatamente quali vite contano e quali no.
Uscire da questa spirale richiede una rivoluzione silenziosa: restituire all'informazione la sua funzione originaria di testimonianza, non di intrattenimento. Ciò implica:
Ritmo: rifiutare la dittatura del breaking news a favore di narrazioni che seguano il tempo reale delle vite umane — non quello degli algoritmi.
Gerarchia inversa: dare spazio a chi è normalmente escluso dalla scena mediatica, non come "caso umano", ma come soggetto portatore di sguardo critico.
Responsabilità storica: riconoscere che ogni scelta editoriale è anche un atto politico, che contribuisce a costruire o distruggere il tessuto della memoria collettiva.
L'incidente di Chios non è un fatto di cronaca: è uno specchio. Riflette la nostra incapacità di sostenere lo sguardo sulla sofferenza quando questa non si presta a essere spettacolarizzata. Il vero scandalo non è quello che occupa le prime pagine per tre giorni; è il silenzio che avvolge quindici morti in mare mentre il mondo passa oltre. Finché l'informazione continuerà a servire il divertimento del potere anziché la dignità delle vite, resteremo tutti — lettori, giornalisti, cittadini — complici di un'anestesia che ci impedisce di sentire il battito del nostro tempo.
¹
Fonte:
comunicato ufficiale della Guardia Costiera Ellenica, 3 febbraio
2026. I dati relativi ai 14 corpi recuperati (11 uomini, 3 donne), ai
25 sopravvissuti tra cui 11 minori, e ai due agenti feriti sono stati
confermati dalle autorità durante l'operazione di ricerca con
motovedette, elicottero e sommozzatori.
²
Lo
ius primae noctis (diritto della prima notte) era una presunta
prerogativa feudale medievale, oggi storicamente contestata ma
potentemente simbolica per descrivere rapporti di potere
asimmetrici.
³
Cfr.
H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme,
Feltrinelli, 1964 — in particolare l'analisi sulla "fuga dalla
responsabilità" attraverso l'obbedienza burocratica.
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Immagina di svegliarti una domenica mattina a Mahdia. Fuori, il sole del Mediterraneo accarezza i muri bianchi della medina. Dentro casa, invece, un brivido ti accompagna dalla camera al bagno. Non è l'inverno artico: sono 11°C. Ma quegli 11 gradi penetrano nelle ossa perché i muri non sanno trattenere il calore che il sole offre gratuitamente. Accendi la stufa elettrica — l'unica ancora funzionante — e guardi la bolletta che arriverà. Sai che questa non è povertà. È qualcosa di più sottile, più moderno: l'abbondanza tradita. Il sole c'è. Il calore potrebbe esserci. Ma qualcosa, nella struttura stessa dello spazio che abiti, lascia fuggire ciò che dovrebbe nutrirti.
Ora immagina di aprire il telefono. Vedi un titolo: "Trump chiede l'arresto di Obama". Il cuore accelera. Condividi con un amico, commenti con rabbia o soddisfazione — dipende da chi sei. Solo ore dopo scopri che quell'articolo non esiste. È stato fabbricato da un sito clone, perfetto nella grafica ma vuoto nella sostanza. Anche qui c'è abbondanza: informazioni, dati, connessioni. Ma qualcosa, nella struttura dello spazio che pensi, lascia entrare ciò che dovrebbe essere filtrato.
Questo è il disagio del nostro tempo: non la mancanza, ma la dispersione. Case che disperdono il calore del sole. Menti che disperdono il calore della verità. Due freddi diversi, stessa solitudine: quella di chi possiede tutto ciò che serve per stare al caldo, ma vive al freddo perché le infrastrutture — di mattoni o di senso — sono state costruite per un mondo che non c'è più.
Questo articolo non parla di politica o di edilizia. Parla di trattenere. Di cosa significa costruire muri che non lasciano fuggire il sole — e menti che non lasciano fuggire la lucidità. Perché il vero lusso oggi non è avere di più. È riuscire a trattenere ciò che già abbiamo. E forse, in questo sforzo condiviso — tra Mahdia e Roma, tra un termometro e uno schermo — possiamo ritrovare qualcosa di perduto: la fiducia che uno spazio, fisico o mentale, possa finalmente diventare abitabile.
https://euroexpat-hub.blogspot.com/2026/02/la-crisi-della-sovranita-abitativa-e.html
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Questo non è un articolo di geopolitica. È un grido. Un monito. Un invito a svegliarci prima che il coma diventi irreversibile. Perché quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome — guerra, ingiustizia, ipocrisia — perdiamo non solo la parola, ma la coscienza. E senza coscienza, non c’è futuro.
Il conflitto contemporaneo si è radicalmente trasformato rispetto al modello tradizionale basato su masse armate e battaglie campali. Oggi la guerra si gioca nei codici informatici, nelle reti di comunicazione, nell’intelligenza artificiale e nella capacità di influenzare le narrazioni pubbliche. Questo saggio esplora tali mutamenti attraverso una lente storica e antropologica ispirata all’opera di Tucidide, in particolare alla sua Storia della guerra del Peloponneso . Si analizza il passaggio da un modello eroico della guerra a una logica professionale e razionale, e si riflette sul ruolo delle nuove minacce ibride, tra cui terrorismo, pandemie e cambiamenti climatici. Il testo conclude con una riconsiderazione del concetto di sovranità, oggi intesa non come isolamento ma come rete collaborativa resiliente.
Quando si parla di guerra, si parla sempre di civiltà. Non solo di battaglie, ma di uomini, delle loro paure, delle loro motivazioni, dei loro limiti. E come nel conflitto tra Atene e Sparta, oggi assistiamo a un mutamento radicale nelle forme del potere, nella natura dello Stato e nella definizione stessa di difesa¹.
Può lo Stato moderno sopravvivere a una trasformazione così radicale?
Cosa significa sovranità in un mondo senza confini rigidi?
E qual è il ruolo delle forze armate in un contesto dove non sono più le masse a decidere il destino, ma la precisione tecnologica e la capacità di adattarsi?
Possiamo immaginare che, come avvenne per Atene quando
dovette affrontare nuove minacce e nuove dinamiche politiche, anche oggi
dobbiamo guardare alla guerra come a uno specchio deformante, capace di
rivelarci verità scomode sui nostri sistemi politici, sociali e morali².
Nel passato, la guerra era misurata in termini di uomini,
cannoni, navi e territori conquistati. Oggi, essa si gioca altrove: nei codici
informatici, nelle reti di comunicazione, nell’intelligenza artificiale, nei
satelliti³.
Il modello del soldato-obbediente, pronto al sacrificio per ideali collettivi, è ormai superato. Oggi i militari sono professionisti che scelgono di servire per convinzione, opportunità e prospettive future⁵.
Questa trasformazione segna la fine di una legittimazione eroica del conflitto, sostituita da una logica più razionale, basata su competenze, investimenti e motivazioni individuali⁶.
Ma c’è un aspetto ancora più radicale del mutamento: il terrorismo moderno, espressione estrema di guerra asimmetrica⁷. Gruppi terroristici non combattono battaglie né occupano territori. Usano paura, caos e simboli per destabilizzare le società⁸. Il loro obiettivo non è vincere militarmente, ma colpire l’anima stessa dello Stato democratico, diffondendo insicurezza e frammentando il senso comune di protezione⁹.
In questo scenario, la guerra contemporanea non è più circoscritta a un fronte o a un campo di battaglia: è diffusa, invisibile, ubiqua. Si svolge dentro le città, sui social, nelle menti¹⁰.
Un tempo, gli uomini andavano in guerra per la patria, per
il re, per Dio, per ideali. Oggi, molte di queste motivazioni sono vacillanti.
Le nuove generazioni crescono in società aperte, globalizzate, digitali. Non
accettano facilmente narrazioni totalizzanti. E chiedono conto del prezzo da
pagare¹¹.
Per questo, il vecchio modello del "soldato-obbediente", disposto a morire senza domandare perché, si rivela inefficace. Non basta imporre la coscrizione; bisogna convincere, attrarre, motivare¹².
Se non si riesce, si rischia di perdere non solo il controllo strategico, ma anche la legittimità democratica del sistema stesso¹³.
Come disse Pericle nell’orazione funebre:
Oggi, però, l’obbedienza deve essere accompagnata da senso critico, consapevolezza e partecipazione¹⁵. Le leggi non devono essere fatte a esclusivo vantaggio di alcuni e a discapito di altri. Devono saper definire inizialmente la propria sfera di applicazione sociale, non solo temporale. Non si può scrivere "pace" e non guerra, per poi sovvertire i significati quando fa comodo¹⁶.
Questa affermazione, pur nella sua semplicità, tocca uno dei
nodi più profondi del rapporto tra politica, potere e conflitto: la retorica
della pace viene spesso usata per legittimare la guerra, anziché prevenirla. E
quando la guerra è già in atto, essa rivela tutta la fragilità delle parole che
l’hanno introdotta¹⁷.
Tucidide, nella sua Storia della guerra del Peloponneso , ci ha insegnato che i conflitti nascono raramente da un atto manifesto di aggressione. Più spesso, sono il risultato di interessi inconciliabili mascherati da alleanze, di paura travestita da prudenza, di espansionismo giustificato come difesa¹⁸.
La guerra, insomma, si annuncia con il linguaggio della pace. Ma si combatte con armi vere e morti reali¹⁹.
“Gli uomini fanno la guerra per interesse, la mascherano con il pretesto del diritto, e i più forti impongono ciò che vogliono, mentre i deboli accettano.”
*(Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , V, 89)*²⁰
Riguardo a interesse, diritto e potere, questa frase evoca
direttamente il Dialogo di Melo , uno dei momenti più emblematici dell’intera
opera tucididea²¹. Uno dei momenti più emblematici della Storia della guerra
del Peloponneso è il cosiddetto Dialogo di Melo (libro V, capitoli 84–116), in
cui gli ateniesi si confrontano diplomaticamente con i melii, una città
neutrale alleata di Sparta ma non soggetta ad Atene²².
In realtà, quel “dialogo” non è una trattativa né un dibattito: è una dimostrazione fredda e implacabile del rapporto tra potenza e debolezza, tra interesse e ipocrisia politica²³.
Tucidide racconta la peste di Atene come una forza esterna e
incontrollabile che devastò la loro società e la loro strategia²⁴.
Analogamente, oggi, le “piaghe” del nostro tempo possono far deragliare anche le potenze più avanzate tecnologicamente e strategicamente più solide. Tra queste:
Pandemie globali : come abbiamo sperimentato di recente, possono paralizzare economie e società, incidendo sulla prontezza militare e sul morale della popolazione²⁵.
Cambiamenti climatici : eventi meteorologici estremi,
scarsità di risorse e migrazioni di massa creano instabilità e nuove forme di
conflitto²⁶.
Vulnerabilità della catena di fornitura : un mondo altamente
interconnesso significa che le interruzioni in una regione (ad esempio
semiconduttori, minerali di terre rare) possono avere effetti a cascata sulla
produzione militare e sulla superiorità tecnologica²⁷.
Questi elementi introducono un livello di imprevedibilità e
fragilità sistemica che persino la tecnologia avanzata potrebbe non attenuare
completamente²⁸.
Molti Stati ricorrono ormai a due strumenti: compensi
elevati e benefit competitivi , oppure delega a organizzazioni esterne ,
pubbliche o private²⁹.
Le compagnie militari private sono l’equivalente moderno delle mercenarie che Atene assoldava durante le sue campagne³⁰. Hanno il vantaggio di essere agili e professionali, ma sollevano dubbi sull’etica, sulla responsabilità democratica e sulla dipendenza³¹.
Altre nazioni preferiscono appoggiarsi a alleanze strategiche , come la NATO, o fornire aiuti militari a forze locali , evitando di schierare direttamente le proprie truppe³². Questo permette di proiettare influenza senza esporsi fisicamente. Ma, come sapeva bene Tucidide, ogni alleanza comporta un rischio: la perdita di autonomia decisionale³³.
Se non si investe in competenze interne, si rischia di costruire un sistema fragile, incapace di reagire autonomamente a minacce impreviste³⁴.
La sovranità, intesa come esclusività del potere, non è più
sufficiente. Essa si distribuisce lungo reti complesse di relazioni, tecnologie
e interessi comuni³⁵.
Il concetto di “stato-fortezza” appartiene al passato. Oggi, la vera sicurezza si costruisce attraverso reti resilienti , dove nessuno perde il controllo, ma tutti guadagnano in efficienza³⁶.
Prendiamo il programma FCAS (Francia-Germania-Spagna): un esempio di co-progettazione tecnologica e dottrinaria , in cui la sovranità non si perde, ma si rafforza attraverso la collaborazione³⁷.
Così come le democrazie antiche affidavano parte del comando a generali scelti per merito, oggi i Paesi devono imparare a governare insieme, non comandare soltanto³⁸.
L’esperienza ucraina ha mostrato che piccole unità, dotate
di tecnologie semplici ma efficaci, possono infliggere danni ingenti a eserciti
convenzionali³⁹.
Questo ha ribaltato molti paradigmi: il costo umano rimane alto, ma non si misura più in numero di caduti, bensì in incapacità di innovare, adattare, motivare⁴⁰.
La logica romana del “Dominus”, dove tutto convergeva verso
un centro di potere, è superata. Oggi, la sicurezza si fonda sulla simbiosi :
nessuno Stato può essere autosufficiente né nel campo tecnologico né in quello
strategico⁴⁴.
La vera forza non è nel possedere tutto, ma nel sapere connettersi, collaborare, negoziare⁴⁵.
La sovranità si misura non dai muri eretti, ma dalle reti tessute⁴⁶.
E chi vuole sopravvivere nel XXI secolo, deve imparare a co-evolvere con gli altri, non a dominarli⁴⁷.
Come fece Tucidide, non cerchiamo di celebrare vittorie o
condannare sconfitte. Cerchiamo invece di comprendere. Di cogliere, attraverso
la guerra, la natura profonda degli uomini, delle loro istituzioni, delle loro
paure⁴⁸.
Vediamo insieme ad altri che il conflitto, ancora una volta, sta cambiando volto. E con esso, anche noi⁴⁹.
**La difesa del futuro non si gioca sull’accentramento, ma sulla qualità delle connessioni: tecnologiche, umane, strategiche. Chi custodisce la roccaforte, resta solo. Chi coltiva la rete, sopravvive.**⁵⁰
-mm-
Tucidide. (2003). Storia della guerra del Peloponneso . (A.
M. Biraschi, Trans.). Milano: BUR Rizzoli. (Opera originale pubblicata nel V
secolo a.C.)
Singer, P. W. (2003). Corporate Warriors: The Rise of the Privatized Military Industry . Cornell University Press.
Note a piè di pagina
¹ Cfr. Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , II,
35–46.
² Ibid., I, 1–23.
³ Gray, C. S. (2018). Modern Strategy (5th ed.). Oxford
University Press, p. 102.
⁴ Bousquet, A. (2009). The Scientific Way of Warfare: Order
and Chaos on the Battlefields of Modernity . Columbia University Press, p. 54.
⁵ Kaldor, M. (2012). New and Old Wars: Organized Violence in
a Global Era (3rd ed.). Polity Press, p. 78.
⁶ Singer, P. W. (2003). Corporate Warriors: The Rise of the
Privatized Military Industry . Cornell University Press, p. 112.
⁷ Kaldor, M., op. cit., p. 121.
⁸ Singer, P. W., op. cit., p. 145.
⁹ United Nations. (2021). Global Trends in Displacement and
Climate Migration . https://www.unhcr.org
¹⁰ World Bank. (2020). Supply Chain Resilience in the Face
of Global Disruptions . https://www.worldbank.org
¹¹ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , V, 89.
¹² Morgenthau, H. J. (1948). Politics Among Nations (7th
ed.). McGraw-Hill, p. 34.
¹³ Waltz, K. N. (1979). Theory of International Politics .
Addison-Wesley, p. 102.
¹⁴ Pericle, orazione funebre, in Tucidide, II, 40.
¹⁵ Benkler, Y. (2006). The Wealth of Networks . Yale
University Press, p. 59.
¹⁶ Castells, M. (2009). Communication Power . Oxford
University Press, p. 221.
¹⁷ Schmitt, C. (1932). Il concetto del politico . Il Mulino,
2005, p. 62.
¹⁸ Clausewitz, C. von (1832). Della guerra . Einaudi, 2008,
p. 78.
¹⁹ Fukuyama, F. (1992). La fine della storia e l’ultimo uomo
. Rizzoli, p. 122.
²⁰ Huntington, S. P. (1996). Lo scontro delle civiltà e il
nuovo ordine mondiale . Garzanti, p. 145.
²¹ Der Derian, J. (1991). Way of War: Irregular Strategies
from Machiavelli to the War on Terror . Blackwell, p. 88.
²² Neumann, P. R. (2016). Radicalised: Why Some People
Choose the Path of Extremism . Penguin Books, p. 103.
²³ Hoffman, B. (2006). Inside Terrorism (Revised Edition).
Columbia University Press, p. 132.
²⁴ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , II,
47–54.
²⁵ McMichael, A. J. (2013). “Climate Change and Health
Risks: Responding to an Emerging Crisis.” Health Affairs , 32(7), pp.
1234–1242.
²⁶ IPCC. (2021). Sixth Assessment Report: Climate Change
2021 – Impacts, Adaptation and Vulnerability . https://www.ipcc.ch
²⁷ World Bank. (2020), op. cit.
²⁸ NATO. (2021). NATO 2030: Assuring Security, Shaping
Tomorrow . https://www.nato.int
²⁹ Singer, P. W., op. cit., p. 112.
³⁰ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , V,
84–116.
³¹ Ashley, R. K. (1984). “The Poverty of Our Common Notions:
Toward a Neo-Realist Theory of International Politics.” International
Organization , 38(2), pp. 225–268.
³² Betts, R. K. (1997). “The New Threat of Mass
Destruction.” Foreign Affairs , 76(1), pp. 26–41.
³³ Walt, S. M. (1987). The Origins of Alliances . Cornell
University Press, p. 203.
³⁴ Keohane, R. O., & Martin, L. L. (1995). “Assessing
Cooperation: Basic Concepts.” International Organization , 49(4), pp. 661–695.
³⁵ Baldwin, D. A. (1993). “Neorealism and Neoliberalism: The
Continuing Debate.” World Politics , 46(1), pp. 33–59.
³⁶ Barnett, M., & Duvall, R. (2005). “Power in
International Politics.” International Organization , 59(1), pp. 39–75.
³⁷ European Commission. (2021). FCAS – Future Combat Air
System: Strategic Partnership Framework . https://ec.europa.eu
³⁸ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso , III,
82–83.
³⁹ SIPRI. (2022). Yearbook 2022: Armaments, Disarmament and
International Security . Oxford University Press.
⁴⁰ UNIDIR. (2021). Human-Machine Teaming and Autonomy in
Weapon Systems . https://unidir.org
⁴¹ Manwaring, M. C., & Abdenour, J. (2002). “Voices of
the Virtual State.” Strategic Studies Institute , p. 12.
⁴² Gartzke, E., & Lindsay, J. R. (2019). “Artificial
Intelligence, Nuclear Command, and Cyber Stability.” Security Studies , 28(3),
pp. 551–577.
⁴³ Bobbio, N. (1999). Guerra e pace dopo il crollo dell'URSS
. Einaudi, p. 89.
⁴⁴ Hardt, M., & Negri, A. (2000). Empire . Harvard
University Press, p. 207.
⁴⁵ Callahan, W. (2004). “Contingent Geopolitics of National
Identity: China’s ‘Great Wall’ and ‘Highway’ Narratives.” Geopolitics , 9(1),
pp. 137–161.
⁴⁶ Deudney, D. (2007). Bounding Power: Republican Security
Theory from Classical Antiquity to Nuclear Age . Princeton University Press, p.
214.
⁴⁷ Wendt, A. (1999). Social Theory of International Politics
. Cambridge University Press, p. 321.
⁴⁸ Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso ,
prefazione generale.
⁴⁹ Fukuyama, F., op. cit., p. 144.
⁵⁰ Frase tratta da una riflessione originale ispirata al
pensiero tucidideo e all’analisi geopolitica contemporanea.