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venerdì 30 gennaio 2026

Quando la morte viene conteggiata

Quando la morte viene conteggiata dalla stampa ufficiale secondo il peso del proprio interesse.

Contro il requiem mediatico: rendiconto invece di preghiera.
Da giorni esito a scrivere di questa crisi perché ogni parola rischia di semplificare ciò che per sua natura è stratificato: da un lato il silenzio colpevole di una comunicazione locale che parla solo quando i morti diventano click; dall'altro il rumore assordante di una narrazione mediatica che ha venduto per decenni il miraggio della «dolce vita» — un'Europa senza fatica, senza studio, senza partecipazione — trasformando il Mediterraneo in una rotta verso un sogno costruito ad arte, dal post-anticomunismo al consumismo assoluto.
A questa contraddizione se ne sovrappone un'altra, più sottile e insidiosa: l'imprinting millenario che ci esorta ad amare il prossimo come noi stessi. Nobile affermazione — ma oggi svuotata fino a diventare pura forma. Perché cosa resta di quell'imperativo quando, di fronte a centinaia di dispersi in mare, la reazione collettiva non è indignazione ma un interrogativo sospeso: «Hai sentito quanti morti?». Non è domanda etica; è curiosità spettacolarizzata, consumo emotivo subito archiviato. La compassione è stata ridotta a click compassion — emozione usa e getta.
E qui emerge il paradosso sistemico: lo stesso potere che invoca la carità come valore supremo è quello che trae profitto dalla disperazione che quella carità dovrebbe alleviare. Non è incoerenza; è funzionamento. Per smascherarne la logica, immaginiamo un rovesciamento radicale dei conti: ogni detentore di potere — politico, economico, mediatico — ricevesse un accredito per ogni essere umano mantenuto in vita sotto la sua sfera d'influenza; e subisse una detrazione proporzionale per ogni morte evitabile, con una penalità crescente quanto maggiore è la vulnerabilità della vittima. Più una persona è povera, esposta, priva di voce — più alto il prezzo pagato da chi avrebbe potuto agire e non ha agito.
In questo sistema speculare, i contractor dei centri di detenzione fallirebbero in sei mesi. Gli accordi con i paesi di transito diverrebbero economicamente insostenibili. Le navi che ignorano i Sos nel Mediterraneo trascinerebbero i loro armatori in bancarotta. Perché oggi accade l'esatto contrario: ogni morte evitabile è un dividendo. Ogni corpo che scompare in mare alleggerisce i bilanci dei ministeri dell'Interno. Ogni migrante respinto aumenta il valore azionario delle società di sorveglianza. Ogni silenzio della stampa risparmia budget pubblicitari. La morte altrui non è un fallimento: è un indicatore di performance.
Oggi il clima è cambiato — letteralmente. La scienza lo conferma. E l'Africa muore sia sulla terra — una volta arsa, ora inondata da piogge torrenziali — che nel mare che dovrebbe essere via di salvezza. Ma di fronte a questa disperazione (reale o strumentalizzata che sia), la risposta non è umanitaria: è logistica. Si firmano accordi per «controllare» i flussi, cioè per filtrare la disperazione secondo parametri economici. Si lascia annegare chi non serve, si trattiene chi può essere sfruttato.
L'OIM avverte: centinaia di dispersi negli ultimi dieci giorni. Ma la macchina procede. Perché, come negli Stati Uniti dove l'immigrazione è passata da richiesta a rifiuto secondo il ciclo economico, anche qui il principio è lo stesso: non si gestiscono esseri umani, si regolano merci. E dove c'è disperazione, c'è sempre qualcuno che ci guadagna — trafficanti, contractor dei centri di detenzione, consulenti della «sicurezza».
Allora la domanda non è «come fermare i migranti». È: perché continuiamo a costruire sogni falsi per poi punire chi ci crede? E perché accettiamo che la frontiera diventi non uno spazio di protezione, ma un ecosistema di morte gestito a saldo zero — dove la stessa mano che invoca "amare il prossimo" firma gli accordi che lo lasciano annegare, perché ogni vita salvata costa e ogni morte risparmia?
Questo non è un requiem. Non siamo qui per pregare per i morti. Siamo qui per chiedere conto ai vivi.
Ci scusiamo se abbiamo toccato questo tasto, ma corre il senso di un'indignazione comune che scorre tra le genti che ancora sono vive — e che rifiutano di scambiare la compassione per complicità.
-mm-

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